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ANCHE LE SUORE HANNO PARTECIPATO ALLA RESISTENZA

ANCHE LE SUORE HANNO PARTECIPATO ALLA RESISTENZA

Bassano del Grappa, 26 settembre 2015

È stato scritto molto sulla lotta di Liberazione e sulla Resistenza, su quello che lo storico Arturo Carlo Jemolo chiama il «miracolo dell’unione fra clero e popolo in questo tormentato e drammatico periodo» della storia italiana. Jemolo parla di «grandi ordini religiosi, modesti conventi campestri di fraticelli semianalfabeti, prelati, parroci che hanno gareggiato in aiuto ai perseguitati politici, a quanti volevano sottrarsi al servizio repubblichino, agli ebrei ricercati per il campo di concentramento».

Ma forse non è abbastanza conosciuto il capitolo, più modesto, ma ugualmente significativo, della partecipazione attiva di suore nella Resistenza. Un ruolo che non fu di secondaria importanza e si concretizzò senza mai abbracciare un’arma se non quella della carità, del coraggio, di una resistenza civile all’oppressione e alla violenza.

Alcuni anni fa a Milano si tenne un convegno su “Le suore e la Resistenza”. Le relazioni di questo convegno hanno aperto per la prima volta uno squarcio su questa «clamorosa dimenticanza» storiografica, causata forse anche dalla ritrosia delle suore nel raccontare quello che avevano compiuto, in nome di una personale modestia.

Dopo l’8 settembre 1943 in molte località del Paese, nei conventi, negli istituti religiosi femminili avvennero gesti silenziosi che esprimevano la volontà di contenere la violenza, di assistere in varie forme la popolazione, i partigiani, militanti in clandestinità. Le suore nascosero nei loro conventi ebrei, sfollati, ricercati, sbandati renitenti alla leva, perseguitati politici, feriti, partigiani a volte anche fascisti braccati.

Ma fu soprattutto ai partigiani che fu offerto l’aiuto, dimostrando così ancora una volta come la lotta resistenziale sia stata un fenomeno corale, di popolo, che nasceva da una rivolta morale contro la violenza nazifascista, e contro un regime, quello fascista, per molto anni osannato, ma responsabile poi di aver portato il paese in una guerra rovinosa.  

Fu così che alcuni istituti religiosi vennero messi a disposizione del comando locale partigiano; negli ospedali le suore infermiere operarono con modalità di sabotaggio: tramite una rete clandestina di partigiani e antifascisti le religiose collaborarono con medici e infermiere, allo scopo di assistere i detenuti politici; falsificarono le cartelle cliniche, inventando malattie contagiose o particolarmente temute dai tedeschi; nascosero partigiani ed ebrei tra i malati di mente, raccogliendo materiale sanitario per organizzare la loro fuga.

E nel mosaico di testimonianze sulla presenza attiva delle suore in varie regioni d’Italia, c’è anche una tessera – sia pure modesta – che rivela la “militanza segreta” delle Suore Dorotee di Vicenza in alcune parti d’Italia e in particolare del Veneto.

Una militanza segreta: l’aiuto a perseguitati, ebrei, soldati e partigiani

A Venezia, dove le Dorotee avevano un collegio di sordomute, la superiora nascose per un anno tre signore ebree di Vicenza, facendole passare per suore; in caso di ispezioni dei tedeschi, le tre donne avevano imparato a infilarsi velocemente il vestito, la mantellina e la cuffia nera delle suore. Rimasero nascoste nella casa delle Dorotee fino alla liberazione, e così i loro nomi non figurano nella lunga lista di ebrei deportati da Venezia – i nazisti presero persino i vecchi dal ricovero che c’era nel ghetto – e quasi nessuno tornò.

Ad Arcugnano, nella casa di cura “Villa Margherita”, le Dorotee nascosero una violinista ebrea, ricoverandola nel reparto delle malate psichiche. La casa era stata parzialmente requisita dai tedeschi, che ne occupavano una parte. La notte di Natale del ‘44 le suore chiesero a Marcella di suonare il violino durante la messa. Marcella suonò nascosta dietro l’altare, con tanta trepidazione, perché alla messa erano presenti anche tutti i soldati tedeschi.

Anche a Roma le Dorotee diedero ospitalità a cinque ebrei: due uomini e tre donne con i loro bambini, mentre «un altro uomo veniva da fuori a trovare la moglie vestito da prete».

Dopo l’8 settembre 1943 nella stessa casa le suore accolsero per alcuni giorni una trentina di soldati fuggiti da una caserma vicina. Ma nel Veneto osarono ancora di più. A Monte Magrè le suore dell’asilo nascosero in soffitta il capo dei partigiani, che lavorava in pianura. Fu tolta la scala di accesso e l’apertura fu chiusa con tavole provvisorie. Ma questo partigiano fu spiato e accusato dai fascisti, che andarono a cercarlo. Un’ispezione della SS tedesca irruppe nell’asilo, che fu rovistato e messo sossopra in ogni luogo.

La superiora con un bambino per mano, accompagnava gli intrusi, e ‐ in cuor suo tremando ‐ invocava le Anime Sante del Purgatorio ed il Signore che, per l’innocenza di quel bimbo, risparmiasse la casa e la loro vita. Infatti, sconfitti e confusi, i tedeschi si allontanarono minacciando altre e più terribili ispezioni. Quel capo partigiano, nella notte trovò la sua salvezza nella fuga».

A Dolo in provincia di Venezia, le Dorotee presero addirittura parte attiva alla Resistenza, rischiando la fucilazione. «Un giorno – raccontano le suore ‐ si annunciava un bombardamento a tappeto su Dolo; era necessario portare la radio trasmittente a un ufficiale inglese nascosto in una casa di campagna. Verso il tramonto, due suore infermiere, munite di siringa, alcool e di una scatola di iniezioni, con la radio nascosta sotto, si misero in cammino per soccorrere una finta malata. Al posto di blocco furono fermate dai tedeschi, e la presenza di spirito di una delle due salvò la situazione… e passarono».

Nella Casa di riposo di Dolo nel novembre del 1943 avevano bussato alla porta cinque ex prigionieri inglesi sudafricani, fuggiti dopo l’8 settembre dai campi di concentramento della Bassa padovana e del Veneziano; due di loro se ne andarono poco dopo; gli altri tre rimasero nascosti per 18 mesi, chiusi in una stanza, e nessuno mai si accorse della loro presenza. Erano stati i partigiani a segnalare questi prigionieri alla superiora; lei collaborava in vari modi con i partigiani, comunicando le informazioni che veniva a sapere dalle persone che frequentavano la Casa di riposo.

Furono lunghi mesi di ansie per le suore incaricata di accudire ai tre prigionieri, anche perché a un certo punto il Ricovero era passato sotto l’amministrazione fascista, che compiva ogni tanto delle visite di controllo a tutta la casa.

«Una notte – raccontano le suore – bussarono fortemente alla porta d’ingresso; due suore si vestirono in un attimo, sospettando qualche ispezione; collocarono un armadio davanti alla porta della stanza dei rifugiati e si presentarono poi alle Camicie Nere che attendevano alla porta: “Perché far attendere tanto tempo?” dissero. La suora rispose: “Nel sonno profondo, svegliandosi di soprassalto, si resta stordite, e si impiega più tempo per vestirsi”. I fascisti fecero un giro accurato d’ispezione, mentre il cuore delle due batteva con ritmo accelerato e invocava l’aiuto di Dio. Se fossero state scoperte, sarebbero stato tutte fucilate».

Gli ultimi giorni di guerra furono particolarmente tragici per Dolo, che si trovava nella Riviera del Brenta, dove si stava compiendo la ritirata tedesca, con alle calcagna le truppe inglesi che puntavano su Padova e Venezia. In pochi giorni ci furono sei attacchi: bombardamenti, spezzoni e mitragliamenti proprio sul ponte vicino alla Casa di ricovero. Il 29 aprile del ’45 la battaglia si spostò dentro il Ricovero, che divenne addirittura teatro di un aspro combattimento con i tedeschi che avevano occupato la casa. Ci furono morti e feriti. Quando finalmente gli inglesi riuscirono a entrare, i tre prigionieri uscirono dal loro rifugio e si fecero riconoscere ai colleghi, unendosi alla battaglia, fino a che i tedeschi si arresero e consegnarono le armi in mano alle suore.

Sono solo alcuni episodi, che però ci fanno capire come la Resistenza non fu un fenomeno di minoranza, ma fu lotta corale che implicava una partecipazione attiva e decisa delle masse alla vita della collettività, veramente «una lotta di popolo», senza distinzioni sociali: un popolo formato da militanti e da simpatizzanti, cui si aggiunsero ‐ ora lo sappiamo ‐ anche le suore. Suor Demetria: l’angelo delle carceri di S. Biagio

Tra le Dorotee coraggiose ce ne fu una che visse un’esperienza tutta particolare. Era la superiora delle carceri di San Biagio a Vicenza: suor Demetria Strapazzon, della quale hanno scritto molti studiosi della Resistenza. Era chiamata «l’angelo di San Biagio», «la mamma dei detenuti». Aveva la nomina di Maresciallo della Repubblica Italiana, e i giudici facevano molto conto delle sue deposizioni, come dichiarò ella stessa: «Quante volte andai in Tribunale dal Procuratore generale, per raccomandar qualcuno, per chiarire la situazione di questo o quel detenuto, per ottenergli la tanto desiderata libertà».

Suor Demetria preparava alla morte i condannati alla fucilazione, assistendoli fino all’ultimo istante: raccoglieva i loro desideri, per trasmetterli alle famiglie, dava loro un bacio a nome della mamma, li seguiva fino alla porta, poi correva in cappella a pregare e a piangere su tante giovinezze stroncate dalla cattiveria umana. Ai detenuti partigiani che ritornavano torturati e sanguinanti, e fra questi qualche sacerdote, lei preparava un caffè o un calmante, medicava loro le piaghe e li incoraggiava e sosteneva con la sua bontà. Quando le donne del Comitato di Liberazione preparavano il pranzo per i partigiani, nella casa delle Dorotee in corso Padova, suor Demetria riusciva a far arrivare ogni cosa a destinazione, portando il tutto nascosto nell’ampio vestito, tante volte con suo grave rischio. «Infatti il capitano Giobatta Polga delle Camicie Nere non poteva tollerarla e sarebbe stato felice se avesse potuto bruciarla viva».

Della sua lunga esperienza in carcere, suor Demetria scrisse molto poco, temendo di compromettere qualcuno; nel suo diario accennò solamente ad alcune situazioni. «Quanti avvenimenti in questi anni di guerra – scrisse – quante pene vedere tante giovani vite, padri di famiglia presi e gettati prima in carcere, e poi senza vesti, senza pane, senza neppure vedere i propri cari, con lo schianto nel cuore, mandati in Germania; la maggior parte senza far più la via del ritorno.

Essi in quei momenti con le lagrime agli occhi, mi stringevano la mano, mi baciavano, raccomandandomi di pregare e di salutare i loro familiari. Però il dolore sofferto per la fucilazione di 11 prigionieri mi addolorò talmente che anche il fisico si sentì scosso molto, e non fui più capace di riavermi, […] credo di aver sofferto come una madre. […] Un giovane mi consegnò alcuni indumenti da consegnare alla mamma, con questo biglietto: “Mamma, questo è l’asciugamano con cui mi sono asciugato le ultime mie lagrime; non piangere per me, vado in paradiso e là ci rivedremo ancora”».

Raccontò anche della notte passata con sette ragazzi che dovevano essere fucilati la mattina dopo: «Nel cuor della notte in una piccola stanzetta fu celebrata la messa da monsignor Sette, cappellano delle carceri, per i 7 ragazzi che all’alba dovevano essere fucilati. Inginocchiata in mezzo a loro durante la celebrazione, guardavo or uno or l’altro, e caldamente raccomandavo tutti a Dio. […] Diedi a ciascuno una corona ed una medaglia della Madonna; uno stringendomi al suo cuore mi disse “mamma”. Povero figliolo! […] che scene strazianti; resteranno incancellabili nella mia anima».

Suor Demetria fu spesso spiata e accusata, e doveva essere deportata in campo di concentramento; aveva già preparato la valigia, nel caso i tedeschi fossero venuti a prenderla, ma finalmente venne la resa, e così si salvò. Finita la guerra i partigiani del CLN vicentino, per mezzo del capitano Bressan (Nino), la ringraziarono per l’opera che aveva svolta «con spirito di abnegazione e di cristiana pietà nei riguardi dei patrioti detenuti nelle carceri […] Abbiamo saputo – scrisse Nino – che con mano pietosa avete lenito innumeri dolori morali e materiali e perciò ci è doveroso esternarle tutta la nostra riconoscenza anche a nome dei patrioti che tangibilmente hanno goduto del Suo aiuto».

Suor Diodata: la vittoria del perdono

Anche un’altra Dorotea fu ricordata in modo speciale dopo la guerra: suor Diodata Bertolo, che visse per 48 anni all’Ospedale di Sandrigo. Non era neppure infermiera, aveva il compito della lavanderia, della stireria, dell’orto, e nel tempo libero assisteva gli ammalati nei reparti. Nel 1960 ricevette dalla cittadinanza di Sandrigo il “Premio della bontà”, per avere curato i feriti di due guerre. In quell’occasione il giornalista Enzo Grazzini del Corriere della sera scrisse un articolo, dove raccontò il seguente episodio: Una sera del 1944 le portarono sulla barella un ferito, un ragazzo di 18 anni, in camicia nera. Aveva un foro sulla fronte, e perdeva sangue. Lo operarono in fretta e furia, ma lo stesso chirurgo, dopo averlo operato, disse che non c’era nulla da fare.

Si chiamava Giacomino. Suor Diodata lo conosceva benissimo, come ha sempre conosciuto tutti in quella zona. Di colpo, il ragazzo si svegliò e le fissò due grandi occhi immobili, che facevano paura. “Suor Diodata” disse il ragazzo – mi aiuti”. “Non è nulla – sorrise la suora – fra poco sarai in piedi perfettamente guarito”. Giacomino agitò la testa sul guanciale – “Non è questo, suor Diodata”, supplicò. “Cosa c’è allora?” – chiese lei “Ho sparato a Cesare, il mio amico Cesare – disse il ragazzo – lei sa che era partigiano, e dovevo sparargli, mi hanno mandato apposta”. “È la guerra, questa brutta guerra” sospirò leggermente suor Diodata, e le sue mani cercarono in fretta il rosario. “Capisco – insisté Giacomino – ma intanto Cesare è morto, l’ho ammazzato io, e sua madre lo saprà. Io non credo di guarire, suor Diodata, non lo credo proprio”.

Si riassopì su quelle parole. Quando si risvegliò, pochi minuti prima di morire, da una parte del letto c’era suor Diodata, dall’altra la mamma di Cesare, che si copriva il viso con le mani. “Gli dica, gli dica subito – bisbigliò la suora – quello che Cesare, suo figlio, la prega di dirgli”. La donna scostò le mani dal viso, volse gli occhi al Crocefisso, e disse: “Ti perdono”. Suor Diodata era corsa a cercare la madre di Cesare, e in nome di lui, le aveva chiesto di perdonare Giacomino che glielo aveva ucciso.

Le suore scelsero la libertà

Questi pochi episodi ci permettono di capire “l’anima” con cui le suore Dorotee hanno operato e di individuare un filo nascosto che li unisce. Innanzitutto è da notare che gli atti di coraggio “non detti”, compiuti durante la guerra, nacquero tutti da una scelta personale, spontanea delle suore. Nelle loro decisioni le suore non si posero problemi di natura politica, ma soprattutto di natura umanitaria e caritativa, preoccupate di salvare vite umane. Ma se cerchiamo di capire meglio queste loro azioni, per andare un po’ più nel profondo, scopriamo che tali scelte si spingevano oltre i confini della guerra, della patria o delle singole parti in lotta, per arrivare in quel territorio insondabile che è quello del cuore, dell’umanità sofferente, aiutata e confortata a prescindere dalla divisa o dalla parte in cui l’uomo si era schierato.

Lo ha confermato pure lo storico Andrea Riccardi nel suo volume sull’accoglienza degli ebrei da parte dei religiosi e dei sacerdoti romani tra il 1943‐44: «Si trattò di una risposta umana a gente in estremo bisogno e in pericolo di vita»; scrive Riccardi, e precisa: «Il loro fu un impegno non schierato con nessuna parte in lotta, vicino alla popolazione in difficoltà, con un senso di “pietà” verso chi soffriva, pronto a svolgere un’opera clandestina, ma in modo apolitico».

Ma possiamo sottolineare anche un’altra sfumatura. Se le Dorotee hanno aiutato anche i tedeschi e i fascisti, quando questi erano ammalati o feriti, perché in essi vedevano soprattutto “l’uomo da salvare”, tuttavia, quando si è trattato di prendere delle decisioni, di scegliere da che parte stare, di agire direttamente correndo anche dei rischi, queste suore sparse in tante parti d’Italia, senza comunicare tra di loro, come guidate da un sesto senso, scelsero di aiutare gli ebrei, i prigionieri fuggiaschi e i partigiani. 
La loro, dunque, fu istintivamente una scelta di libertà.

Albarosa Ines Bassani